Il 19 Marzo 2018 non sarà una data che Facebook scorderà molto facilmente. Questa è infatti la data dello scandalo più grande che abbia colpito l’azienda californiana dal 2004 ad oggi. Il motivo? I dati personali di oltre 50 milioni di utenti sarebbero stati illecitamente raccolti e utilizzati per influenzare gli esiti di alcuni tra i principali eventi democratici degli ultimi anni: il referendum britannico e le elezioni presidenziali degli Stati Uniti. Tutto ciò ha portato ad un prevedibile crollo delle azioni che il 20 Marzo hanno toccato un calo di oltre il 10% e ponendo l’azienda all’interno di un ciclone mediatico di enormi dimensioni.

 

Cos’è accaduto realmente?

 

Facebook in questa storia si potrebbe definire come la “vittima” delle azioni di un’altra società: la Cambridge Analytica, società di consulenza per il marketing online, utilizzata da diversi politici e si presume dallo stesso Trump durante le scorse elezioni. Alla base di questo scandalo possiamo trovare cinque persone: Christopher Wylie il “Creativo”, Steve Bannon lo “Stratega”, Robert Mercer il “Finanziatore”, Aleksandr Kogan “Il Mastro di Chiavi” e Alexander Nix il “Manager”.

Tutto ha inizio nel 2013, quando Christopher Wylie pone le fondamenta dell’azienda, ipotizzando di poter utilizzare i tratti psicologici degli elettori per influenzare il loro comportamento, era qualcosa di nuovo, di altamente innovativo e dotato di grande potenzialità. In questa storia Wylie oltre ad essere il creativo, ricopre anche il ruolo di “talpa” che ha permesso la scoperta dello scandalo, pentitosi del cattivo utilizzo e dei risultati che hanno portato le sue ricerche.

Christopher Wylie incontrò e successivamente venne ingaggiato da Steve Bannon, lo stratega della storia, senza di lui non sarebbe stato possibile trasformare l’idea in realtà. Grazie a quest’ultimo, i fondi che necessitava l’azienda vennero trovati in breve tempo grazie all’appoggio del amico miliardario Robert Mercer. Sotto la supervisione di Bannon fu avviato il programma per la raccolta dei dati su Facebook. Lo scopo ultimo era quello di disporre di una “mappa” dei profili psicologici di milioni di utenti, per testare l’efficacia dei messaggi populisti che sarebbero poi stati alla base della campagna presidenziale di Trump.

Era quindi necessario ottenere i dati degli utenti. Questo incarico che fu affidato a Aleksandr Kogan docente universitario di psicologia. Kogan, abilmente, creò un’applicazione chiamata “This is your digital life” inserendola all’interno di Facebook. L’applicazione in breve tempo riuscì a raccogliere legalmente i dati di ben 270 mila utenti. Tuttavia oltre alla sua funzione primaria, questa applicazione era in grado di raccogliere i dati sensibili anche degli amici degli utenti sottoscritti e così nel giro di qualche anno riuscirono ad ottenere illegalmente le informazioni personali di ben 50 milioni di utenti creando un database di utenti completo e incredibilmente accurato.

Alexander Nix è infine l’ultima figura della nostra storia, ossia l’attuale amministratore delegato della Cambridge Analytica. Prese il posto di Bannon quando assegno le dimissioni da quel ruolo per seguire più da vicino la campagna di Donald Trump. Nix ha continuato il lavoro intrapreso da Bannon continuando la raccolta dati e la loro analisi.

Facebook tuttavia oltre che “vittima” deve essere definita anche come “colpevole”. Infatti tra il 2015 e il 2016 l’azienda scoprì che erano stati sottratti dai loro server le informazioni personali di ben 50 milioni di utenti. Però la risposta fu decisamente debole e quasi priva di reale interesse, gli utenti non furono mai avvertiti, non si adottò alcun sistema di prevenzione e vennero intraprese solo alcune azioni per il recupero dei dati sottratti, senza però ottenere risultati.

 

 

Le risposte dell’Europa

 

Oggi la situazione Europea è decisamente tesa, Mark Zuckerberg è stato convocato a comparire davanti ad una commissione parlamentare del Parlamento britannico. La preoccupazione infatti, è questi dati abbiano effettivamente potuto essere utilizzati per influenzare i risultati del referendum del Regno Unito tenutosi il 23 Giugno 2016 e si vuole comprendere se Facebook o la Cambridge Analytica abbiano avuto qualche ruolo con la campagna della Brexit, portando quindi ad un risultato manipolato.

Oltre al Regno Unito, anche il presidente del parlamento Europeo, Antonio Tajani attraverso Twitter ha invitato il CEO di Facebook a spiegare l’accaduto. Data la gravità della situazione, è prioritario dimostrare che i dati trafugati non siano stati effettivamente utilizzati per manipolare la democrazia. Una paura è infatti che possa verificarsi una situazione simile durante le elezioni europee che si terranno nel 2019 e si vuole pertanto scongiurare ogni possibilità che possa ripetersi un caso del genere.

 

 

I possibili collegamenti con la Casa Bianca

 

Se il Regno Unito e l’Europa fanno sentire la propria voce in merito a questo scandalo, gli Stati Uniti non sono da meno. A Washington, infatti, è stata aperta un’indagine da parte della Federal Trade Commision alla luce del fatto che la campagna del attuale presidente Donald Trump potrebbe esservi coinvolta. Stando ad alcune registrazioni Alexander Nix, l’attuale CEO del Cambridge Analytica, avrebbe aiutato Donald Trump a ottenere la vittoria nelle elezioni presidenziali, affermazioni poi immediatamente smentite dalla società.

Tuttavia la Casa Bianca è stata colpita anche in modo più diretto. L’elemento incriminante è lo stretto collegamento tra Donald Trump e Steve Bannon. Quest’ultimo infatti è stato per lungo tempo uno dei più stretti consiglieri di Trump. Non ci sarebbe nulla di strano se non stessimo parlando dello stesso Steve Bannon che dal 2014 al 2016 era vicepresidente della Cambridge Analytica ed è sempre quello che ha dato avvio alla raccolta dati dal 2013 al 2014.

Si potrebbe dire pertanto che Facebook si sia trovato nel posto sbagliato e nel momento sbagliato, diventando strumento, a sua insaputa, nelle mani di uomini con poteri enormi che hanno sfruttato l’immenso potere di questo social per conseguire il proprio fine: il potere.

 

Articolo di Niccolò Puppo

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